Kuniyoshi a Milano: cronache del mondo fluttuante – di Myriam Blasini

La mostra “Kuniyoshi. Il visionario del mondo fluttuante”, allestita presso il Museo della Permanente di Milano, prodotta da MondoMostre Skira e curata da Rossella Menegazzo, ha conosciuto uno straordinario successo di pubblico, tanto da vedere la chiusura posticipata dal 28 Gennaio al 4 Febbraio 2018. Per la prima volta è stato possibile ammirare in Italia un’esposizione monografica di 165 xilografie policrome, tutte provenienti dal Giappone, frutto del genio di un Maestro dell’ukiyoe, straordinario ma ancora poco conosciuto nel nostro Paese. A differenza di autori come Hokusai, la cui celebre “Onda” è ormai indelebilmente impressa nel nostro immaginario contemporaneo, Kuniyoshi si affaccia solo ora alla conoscenza da parte del grande pubblico, ripercorrendo così anche ai nostri giorni il percorso che la sua fama ebbe in patria. Egli vide infatti la sua affermazione come autore di immagini ukiyoe solo sul finire del periodo Edo, nella prima metà del XIX secolo, quando artisti come Hokusai ed Hiroshige erano già da tempo all’apice del proprio successo.

L’ukiyoe, letteralmente ‘immagini del mondo fluttuante’, indica un genere di stampa artistica che, nel Giappone pacificato e prospero dello shogunato Tokugawa, rispondeva al gusto della nascente borghesia cittadina: esso rappresentava il nuovo stile di vita dei chonin (gente di città), cioè di quegli artigiani e commercianti che grazie alle loro attività detenevano ormai il potere economico, mentre l’austera casta samuraica, sempre più burocratizzata e sempre meno guerriera, si occupava di gestire il potere politico.

L’ukiyoe è quindi rappresentazione ottimistica di quel “mondo fluttuante”, di quella vita palpitante della città, effimera e di breve durata, che deve essere goduta interamente, in una sorta di carpe diem orientale e immergendosi a pieno nella incessante corrente. L’ukiyoe é quindi in contrapposizione ironica all’ukiyo buddista, termine omofono (cioè di uguale pronuncia, ma scritto in ideogrammi differenti) che indica il ‘mondo della sofferenza’, il costante ciclo di morte e rinascita terrena da cui il monaco buddista tenta di liberarsi. Così, mentre la pittura giapponese aveva corrisposto  ai gusti della classe aristocratica, con rappresentazioni raffinate e convenzionali di paesaggi, fiori, stagioni e animali, l’ukiyoe  – alternativa economica ai dipinti – si focalizza sulla vita urbana, con la raffigurazione di personaggi celebri ed ammirati, quali gli attori del teatro Kabuki o le beltà femminili, soprattutto cortigiane e geisha delle case da tè del quartiere dei piaceri Yoshiwara. Oppure propone paesaggi, conosciuti dagli acquirenti delle stampe attraverso letteratura e poesia, di località ambite come mete di pellegrinaggi o viaggi di piacere.

L’opera di Kuniyoshi incarna pienamente questo mondo, ma rielaborandolo in modo nuovo ed originale rispetto ai precedenti maestri del genere, in maniera appunto degna di un ‘visionario del mondo fluttuante’. L’immaginario visionario del Maestro è stato ben rappresentato nelle diverse sezioni della mostra di Milano, allestita in spazi essenziali ed eleganti, capaci di sottolineare la bellezza delle stampe anche attraverso un’illuminazione soffusa e sapientemente disposta in modo da esaltare forme e colori. Il percorso, organizzato in modo da guidare passo per passo il visitatore alla scoperta della produzione artistica del Maestro giapponese, è stato articolato attraverso cinque aree tematiche, capaci di mettere in luce ciascuna un diverso aspetto del poliedrico talento dell’autore.

Nella prima sezione “Beltà” si è subito sopraffatti dalla qualità estetica delle opere: ritratti femminili in gran parte di cortigiane, immortalate nello splendore delle loro complesse acconciature e dei kimono riprodotti nei più fini dettagli, ma anche colte in momenti di ozio o di intima vita quotidiana. Il trittico “A caccia di lucciole d’estate” sorprende per la sua capacità di fissare su carta la delicatezza di una scena poetica, ma non estetizzante, grazie al realismo e al dinamismo impressi all’insieme dalla corrente d’acqua, che scorre alle spalle delle tre figure, e dalla dolce brezza estiva che anima la vegetazione e scompiglia le acconciature e le vesti delle tre donne. L’interesse di Kuniyoshi per l’universo femminile non si limita però all’ammirazione per la bellezza idealizzata di cortigiane e concubine, ma riesce a coglierne l’essenza anche nella vita quotidiana delle donne comuni, come nei trittici “ Foschia mattutina a Komagata” o “Scroscio improvviso nel caldo estivo”.

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“Scroscio improvviso nel caldo estivo”, immagine parzialmente ripresa dal catalogo della mostra

Le capacità di osservazione e di riproduzione realistica del quotidiano sono ancor più evidenti nelle opere esposte nella seconda sezione “Paesaggi” in cui a colpire lo spettatore è anche e soprattutto la modernità delle immagini. Infatti nella rappresentazione di luoghi famosi, come le diverse vedute di Edo o del monte Fuji, sorprende la presenza di elementi di profondità e prospettiva, rese attraverso espedienti tecnici che derivavano dal contatto dell’autore con il gusto occidentale, conosciuto da Kuniyoshi in particolare attraverso le illustrazioni dell’artista olandese del XVII secolo Johan Nieuhof, che il Maestro giapponese assimila e reinterpreta in maniera del tutto personale. Elementi peculiari dell’arte di Kuniyoshi diventano così i cieli profondi e carichi di nuvole stratificate, assolutamente diversi dai classici cieli piatti e sfumati della pittura tradizionale giapponese, come pure le correnti marine e le onde, rese in tutto il loro dinamismo attraverso sfumature di colore che vanno dal blu profondo fino alla trasparenza che lascia scorgere i piedi dei pescatori, immersi nelle acque sulle rive dei fiumi.

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Immagine parzialmente ripresa dal catalogo della mostra 

L’espressione più compiuta del carattere originale di questo autore si rivela però nelle opere della terza e più voluminosa sezione, “Miti, eroi e guerrieri”, dedicata alle immagini di attori, eroi e personaggi storici e mitologici. Qui la fantasia di Kuniyoshi sembra non avere più limiti, nella creazione di scene opulente, affollate di dettagli minuziosi, pervase da una sorta di horror vacui ben diverso dal minimalismo e dagli spazi vuoti  a cui generalmente è associata l’estetica del Sol Levante. Le battaglie, i naufragi, le lotte epiche di esseri umani portentosi contro creature mitologiche e fantastiche, trasportano lo spettatore in un mondo che richiama più da vicino l’esperienza della visione cinematografica piuttosto che quella della pittura classica. Nel flusso narrativo si rincorrono scene in cui le correnti ondose, le linee incrociate di frecce, lance e katana, anticipano di oltre un secolo le linee dinamiche diagonali delle rappresentazioni a fumetti dei nostri giorni.

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Immagine parzialmente ripresa dal catalogo della mostra

L’influenza di Kuniyoshi è ben evidente nella cultura popolare giapponese odierna e il debito di riconoscenza degli autori di manga e anime contemporanei è ancora così ingente da indurre gli autori di un moderno anime, Shouwa Genroku Rakugo Shinjuu, a far apparire un’immagine di Kuniyoshi sotto forma di un tatuaggio che segna indelebilmente il destino di uno dei protagonisti della serie.

Infine le opere delle ultime due sezioni della mostra ci svelano il carattere più intimo e personale del Maestro, con la sua visione del mondo pungentemente sarcastica, a tratti grottesca, ma permeata da una sorta di affettuosa ironia nei confronti di esseri umani ed animali, messi  sì a confronto – in quanto dediti agli stessi effimeri piaceri – ma in fin dei conti uniti nel comune destino della caducità della vita. Così nelle illustrazioni dedicate a giochi e parodie troviamo uccelli, pesci, volpi e gatti antropomorfi, che permettono a Kuniyoshi di rappresentare tematiche e soggetti ormai proibiti, aggirando con sagace ironia le censure delle riforme Tenpō; ed ecco quindi pesci caricaturali, in cui il pubblico dell’epoca poteva facilmente riconoscere attori famosi, o le celebri illustrazioni dei passeri o dei gatti ‘in amore’ nel quartiere dei piaceri di Yoshiwara.

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Immagine parzialmente ripresa dal catalogo della mostra

Il piacere di questo autore per il gioco ed il divertimento attraverso la composizione delle immagini  è forse l’aspetto più conosciuto in Occidente, tanto da avergli procurato il soprannome di “Arcimboldo del Giappone”, ben meritato a giudicare dalle straordinarie stampe in cui i visi dei protagonisti appaiono composti da grovigli di corpi umani, le cui membra intrecciate formano con apparente naturalezza i diversi tratti fisionomici.

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Immagine parzialmente ripresa dal catalogo della mostra

Infine l’ultima sezione è stata riservata ai celebri gatti di Kuniyoshi, animali amati dal maestro al punto da essere costantemente presenti non solo nelle sue opere, ma anche e soprattutto nella sua vita quotidiana; dalla loro osservazione egli sembra trarre spunti infiniti per creare caricature di personaggi famosi, scene grottesche di vita umana travisata attraverso le sembianze di animali antropomorfi, illustrazioni di famose opere letterarie o di proverbi popolari, fino a trasformare i loro corpi e le loro pose in segni allegorici, come nel trittico “Cinquantatre gatti con i nomi delle stazioni del Tokaido”, in cui le pose feline alludono ironicamente ai nomi delle stazioni di sosta di una delle principali vie di comunicazione tra Tokyo e Kyoto.

Una mostra quindi ricchissima, che ha permesso al pubblico italiano di avvicinarsi ad un artista ironico e moderno, imprescindibile per chi ami la cultura orientale. Chi non avesse avuto il piacere di visitarla dal vivo, potrà comunque scoprirla ed apprezzarla attraverso il catalogo pubblicato da Skira e ottimamente curato dalla Professoressa Menegazzo.

 

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Cosa è davvero il Manga? – di Myriam Blasini

di Myriam Blasini

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I fumetti giapponesi, meglio noti come manga, rappresentano un aspetto della cultura contemporanea del Giappone largamente conosciuto e diffuso all’estero. Eppure in Italia la parola manga (composta dagli ideogrammi kanji man 漫, bizzarro, o anche libero, senza restrizioni, e ga 画, che vuol dire pittura, disegno) è tuttora circondata da un alone di sospetto e diffidenza, perché spesso associata all’idea di prodotto infantile, destinato ad un pubblico di bambini o di adulti poco cresciuti o, nel peggiore dei casi, addirittura stigmatizzato come pornografico e pericoloso per le menti dei lettori più giovani.

In realtà il mondo dei fumetti giapponesi è così vasto da comprendere un’enorme varietà di generi.

Una così ampia gamma di opere  passa inevitabilmente anche attraverso i due estremi dell’infantilismo e della pornografia, ma tra essi si colora di infinite sfumature. Il disegno è un mezzo di espressione così versatile da poter essere usato per esprimere ogni concetto ed ogni sentimento conosciuti, in maniera forse anche più incisiva e diretta rispetto ad altre forme di arte visiva.

E così, accanto alle serie d’azione o sentimentali, horror o noir, erotiche o comiche, trovano posto anche autori che propongono lavori ispirati a saghe epiche tratte dalla storia del Giappone feudale, opere grafiche che illustrano capolavori della letteratura nazionale o che invece riflettono su avvenimenti di strettissima attualità, come ad esempio “1F: diario di Fukushima” (di Kazuto Tatsuta, ed. Star Comics), scritto e disegnato da un operaio addetto ai lavori di messa in sicurezza della centrale nucleare Tepco di Fukushima, il quale – protetto dall’anonimato del nome d’arte – ha potuto così fornire una testimonianza diretta ed assolutamente inedita di fatti altrimenti inaccessibili ai mass media.

Non deve perciò sorprendere l’enorme diffusione che i manga hanno in Giappone; stando alla classifica Oricon, nel 2016 le prime dieci serie a fumetti più diffuse nel paese hanno venduto infatti oltre 60 milioni di copie. In Italia siamo ben lontani da questi numeri, ma il proliferare di negozi di fumetti e corsi di disegno specializzati in manga, accanto alla presenza di canali televisivi monotematici dedicati agli anime (cartoni animati giapponesi), sta certamente ad indicare un interesse crescente per questo genere anche nei lettori italiani.

E’ poi ancora vivo il dibattito su cosa debba considerarsi come elemento realmente caratterizzante del fumetto giapponese. Certamente l’aspetto grafico e la diversa impaginazione sono i primi elementi a colpire l’attenzione del lettore occidentale inesperto. I volumi presentano, infatti, la rilegatura a destra e vanno sfogliati ‘al contrario’, partendo da quella che per noi è solitamente l’ultima pagina. Le vignette all’interno mostrano una composizione grafica diversa rispetto al fumetto occidentale, che inizialmente può creare un senso di confusione nel lettore abituato ad un diverso percorso, ma che ha il preciso scopo di rendere con maggiore intensità l’atmosfera emotiva della storia più che il semplice concatenarsi delle scene e delle azioni.

Lo stile – inizialmente caratteristico – dei disegni, dominato da figure di aspetto infantile, con occhi enormi e  rotondeggianti, e da proporzioni tra testa e corpo più del bambino che dell’ adulto, si è molto evoluto nel tempo ed è ormai così differenziato e personale, variando enormemente da un autore all’altro, da non potersi più considerare come una sorta di cifra stilistica. Basti pensare allo stile assolutamente unico del grande mangaka Jiro Taniguchi, scomparso l’11 febbraio 2017, che con la propria arte ha fatto vivere in forma di fumetto opere letterarie come “Bocchan” di Natsume  Soseki (pubblicato in Italia da Neri Pozza col titolo ‘Il signorino’) ed ha creato originali graphic novel, in grado di rappresentare i complessi sentimenti dell’adolescenza e di riflettere sul passaggio tra infanzia ed età adulta con la profondità e la delicatezza di un poeta.

Neanche gli strumenti utilizzati bastano a delineare il perimetro del manga, se si pensa ad esempio a Vagabond, la monumentale opera di Takehiko Inoue, che racconta la vita del samurai Musashi Miyamoto attraverso tavole di grandissimo impatto visivo ed emotivo, realizzate non solo con pennini da disegno, ma anche con carboncini e pennelli da calligrafia, come in un antico kakekomo (dipinto eseguito su strisce di stoffa o carta appeso verticalmente).

E’ quanto mai arduo, quindi, dire cosa sia in realtà un manga, e se davvero esista un elemento che lo renda diverso da ogni altro tipo di fumetto nel mondo ed esclusivo della cultura giapponese.

Personalmente ritengo che la miglior definizione sia quella data da Eijiro Shimada, direttore della rivista Morning ed organizzatore del M.I.M.C. (Morning International Manga Competition):

“Il manga è qualcosa che descrive in modo vivido e profondo gli esseri umani.”

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Nota dell’Autore

Così profondo è stato su di me l’effetto scaturito da un manga, da farmi scoprire -o riscoprire- la bellezza dell’esplorazione del mondo interiore attraverso il disegno, e da spingermi a riprendere la matita dopo anni di inattività. Col tempo, al bianco del foglio e al nero della china, ho aggiunto i colori, che hanno dato un senso nuovo al mio tentativo di disegnare, nello sguardo che ritraggo, ciò che di più intimamente umano si rivela di noi alla vista altrui. Un senso nuovo alla mia ricerca, alla mia domanda: cosa si cela dietro quello sguardo. E l’espressione degli occhi orientali, su tutte le altre, sembra sempre sul punto di suggerirmi la risposta finale, senza mai però rivelarla in pieno.

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Galateo Giapponese: a tavola – di Myriam Blasini

Cosa fare e non fare in Giappone

Viaggiare in paesi sconosciuti è sicuramente una delle esperienze più emozionanti da vivere. Al tempo stesso, però, più ci allontaniamo dal nostro cortile, più facilmente possiamo andare incontro al cosiddetto shock culturale: quella sensazione di ansia e disorientamento che proviamo quando veniamo a contatto con abitudini, tradizioni e riferimenti culturali profondamente diversi dai nostri.
Il modo migliore per contrastare questa sensazione di smarrimento è sicuramente documentarci sui paesi che intendiamo visitare, per poter godere appieno l’esperienza del nostro viaggio.  Per un viaggiatore occidentale come noi il Giappone può apparire al primo sguardo come un pianeta sconosciuto e incomprensibile, ma basta immergerci senza preconcetti nello spirito della tradizione giapponese per comprenderne e gustarne profondamente il significato.
Chi viaggia per lavoro è certamente vincolato ad un galateo stringente, fitto di regole e sfumature, in cui un gesto o una parola sbagliati possono compromettere l’esito di una transazione d’affari. Il turista invece è più libero di sperimentare ed anche sbagliare, ma alcune regole di base sono certamente utili per evitare spiacevoli incomprensioni.

Galateo a tavola

Una delle situazioni più facilmente fonte di imbarazzo è il modo di stare a tavola, una vera e propria angoscia fantozziana per chi viene invitato a cena da conoscenti a Osaka o Kyoto. Ma svelare i segreti del galateo giapponese può anche essere una semplice curiosità per chi ama il sushi o i  ristoranti giapponesi di Milano, Roma o Londra.
Certamente tra amici i rapporti sono molto più informali e leggeri, ma se siete invitati a casa per la prima volta dai genitori della vostra amica Izumi, vi converrà osservare alcune semplici regole. Il principio generale è mantenere un comportamento discreto, educato e “impagliato”, per non urtare e imbarazzare con manifestazioni di eccessiva espansività persone abituate, per tradizione secolare, a non lasciar trapelare le proprie emozioni. Entrando in casa o in ristoranti tradizionali, è d’obbligo togliere le scarpe e indossare le apposite ciabatte, quindi occhio ai calzini! E a proposito di ciabatte, è indispensabile ricordare che le pantofole ‘igieniche’ poste nei bagni vanno indossate solo ed esclusivamente lì, per evitare di portare contaminazioni dalla toilette al resto della casa. Ciabattate in giro con quelle e non vedrete mai più Izumi in vita vostra!
Come in Italia, quando si è ospiti è buona regola portare un dono. Un souvenir italiano sarà sicuramente gradito, ma occorrerà incartarlo con cura in una carta raffinata, evitando fiocchi, nastri e colori sgargianti, perché l’incarto è parte integrante del regalo stesso e la cura nel suo confezionamento esprime l’attenzione nei confronti della persona a cui viene donato. Nel porgerlo, accompagnatelo con frasi che esprimono modestia : il nostro classico: “è giusto un pensierino…”, anche se il regalo è pregiato e costoso. Una tipica frase di circostanza è “Tsumaranai monodesu ga” (trad. questo è un regalo senza valore, ma accettalo per favore). Tutto ciò non è formalismo o ipocrisia, ma squisita delicatezza. Significa, infatti, che il valore del dono non conta: la nostra amicizia è per me la cosa più importante. La stessa delicatezza porterà l’ospite a ringraziare, ma ad aprire il regalo in un altro momento e non davanti a tutti. Se non avete avuto modo e tempo di portare un dono dall’Italia, ricordate che la frutta è un omaggio sempre molto gradito. Preparatevi, però, ad una spesa considerevole, perché la frutta usata in queste occasioni deve essere ‘speciale’: frutti perfetti nella forma e nel colore, in confezioni che ne proteggono ed esaltano il pregio e che spesso non vengono consumate, ma esposte come centrotavola per la loro bellezza. Vi costerà, ma farete un figurone!
Finalmente siamo riusciti a sederci a tavola. Probabilmente si tratterà di un tavolo occidentale con normali sedie, ma in caso sia un kotatsu, tipico tavolo basso giapponese, la buona notizia è che non siete costretti a stare per tutto il tempo inginocchiati nella posizione formale tradizionale, ma potete mettervi con le gambe raccolte di lato o incrociate.
Prima di iniziare il pasto si usa la formula “Itadakimasu!”, il nostro “buon appetito”, ma con una sfumatura molto più profonda, cioè “grazie per il pasto che ricevo”, anticamente rivolto agli dei, oggi più realisticamente a chi ha preparato del buon cibo per noi. Allo stesso modo alla fine si ringrazierà dicendo: “Gochisousama deshita”, è stato un banchetto.
Durante il pasto generalmente non si beve acqua, ma sakè, birra o tè. Non è educato servirsi da bere da soli, ma anzi è cortese ed opportuno controllare il bicchiere del vicino per riempirlo prima che resti vuoto. Il sakè è generalmente versato dal padrone di casa e prima di bere è tradizione fare un brindisi insieme esclamando: “kampai!” Evitate accuratamente di dire “cin cin” in queste occasioni, perché suonerebbe come “chinchin”, e non vorrete di certo parlare di membri maschili in presenza dei genitori di Izumi, giusto?
Ed ora una piccola mappa su come orientarsi con le bacchette. Gli hashi sono di certo poco maneggevoli per chi non ha confidenza con essi, e un po’ di ‘imbranataggine’ sarà certamente perdonata, ma…. ci sono dieci cose da non fare assolutamente mai:
1. Hotokibashi: mai lasciare gli hashi infilzati verticalmente nel cibo, come i bastoncini di incenso sulle tombe dei cimiteri, immagine certo non opportuna da evocare a tavola;
2. Hiroibashi: per lo stesso motivo non è proprio il caso passare il cibo da una persona all’altra da hashi a hashi, perché ricorderebbe un momento della cerimonia funebre buddista;
3. Watashibashi: non lasciare gli hashi appoggiati sul piatto, ma servirsi degli appositi hashioki (sostegni per bacchette; e a proposito, non è delizioso il mio preferito?)

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4. Sashibashi: non è assolutamente educato infilzare il cibo con gli hashi, anche se di fronte ai bocconi più scivolosi la tentazione è forte…
5. Furiaghe bashi: in generale evitate di gesticolare impugnando gli hashi, ad esempio spostandoli al di sopra delle varie ciotole mentre si sceglie cosa prendere, o peggio ancora, indicando qualcuno o qualcosa con le bacchette (ma in quale paese del mondo è considerato educato gesticolare a tavola brandendo le posate?) e tenete presente che in generale è considerato maleducato sollevare gli hashi oltre l’altezza della propria bocca;
6. Yoko bashi: non usare le bacchette unite per prendere il cibo come se fossero un cucchiaio;
7. Chigiri bashi: non usare le bacchette tenendole una in ciascuna mano, come fossero ferri da calza;
8. Nigiri bashi: non usare gli hashi stringendoli nel pugno, solo i bambini impugnano le bacchette in quel modo;
9. Saguri bashi: non ‘rovistate’ con le bacchette nel piatto o nelle ciotole per selezionare i cibi;
10. Namida bashi: non fate sgocciolare la salsa di soia dai cibi tenendoli sospesi con le bacchette.

Bene, siete finalmente pronti per accettare l’invito a pranzo di Izumi. Itadakimasu!