Manga: tra fantasia e realtà – di Myriam Blasini

Parte prima – breve storia del manga

                                                                                            hqdefaultI manga, simbolo nell’immaginario collettivo della contemporaneità giapponese, non compaiono improvvisamente come frutti spontanei della cultura pop degli ultimi decenni, ma hanno al contrario radici antichissime. Basti pensare che la loro origine viene comunemente individuata nell’opera nota come Chōjū-jinbutsu-giga (letteralmente “caricature di animali e persone”), una raccolta di dipinti su rotoli – realizzati da diversi autori tra il XII e il XIII secolo – raffiguranti animali antropomorfizzati ritratti in situazioni comiche o grottesche come esempio di pungente satira sui costumi dei tempi.  La parola manga (letteralmente “immagini capricciose”) fu però coniata all’inizio del XIX secolo da un artista  universalmente noto come autore di raffinate immagini  ukiyo-e, tra cui la celeberrima “Grande onda di Kanagawa”.

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Katsushika Hokusai fu infatti il primo ad utilizzare questo termine per indicare le illustrazioni che amava creare, quando veniva appunto colto dal capriccio di disegnare un soggetto o una scena che avevano colpito la sua attenzione o che erano germogliati dalla sua fervida fantasia. Tali illustrazioni furono nel tempo raccolte in una corposa opera in 15 volumi tuttora nota con il nome di “Manga di Hokusai”. Nella produzione di molti artisti, autori di ukiyo-e del periodo Edo, è certamente possibile riscontrare elementi grafici che hanno ispirato i mangaka (disegnatori di manga) contemporanei, tuttavia si tratta di immagini ben lontane da ciò che attualmente associamo al termine manga.

Per vedere la prima rivista di disegni a fumetti giapponese modernamente intesa bisogna arrivare al 1905, con la nascita del Tokyo Puck ad opera di Rakuten Kitazawa, il primo autore professionale di manga della storia, il quale ispirandosi alla rivista satirica statunitense “Puck”, fondò la prima rivista manga a colori, caratterizzata – come il suo modello americano – da una mescolanza di storie a fumetti e satira politica. Ciò fu possibile grazie al fermento culturale suscitato nel Paese dal nuovo ed inedito contatto col mondo occidentale in Epoca Meiji, grazie al quale entrarono in Giappone non solo le merci provenienti dall’Occidente, ma anche nuovi stimoli culturali ed artistici. L’accoglienza di questo nuovo genere di periodici da parte del pubblico fu così calorosa da portare lo stesso Kitazawa a fondare nei decenni successivi le riviste Shonen kurabu (letteralmente “Club dei ragazzi”) e Shojo kurabu (“Club delle ragazze”), destinate rispettivamente ad un pubblico maschile e femminile.

Lo sviluppo di questi nuovi prodotti editoriali fu bruscamente interrotto dalla Seconda Guerra Mondiale, durante la quale il disegno a fumetti regredì allo stato di mero strumento di propaganda politico-militare. Si dovette quindi attendere la fine del conflitto per assistere alla rinascita del manga, con opere quali “Sazae-san della mangaka Machiko Hasegawa (tale fumetto per altro detiene tuttora il record di longevità in patria, essendo ancor oggi in corso di produzione dopo essere stato dato alle stampe per la prima volta nel 1946). Il Secondo Dopoguerra fu quindi caratterizzato da una nuova, vivace ed a volte problematica fase di contatto con la cultura occidentale, in particolare con la cultura di massa veicolata dalle truppe statunitensi entrate in Giappone in seguito alla resa del  14 agosto 1945. Sotto l’influenza esercitata da riviste, fumetti e cartoni animati importati dagli U.S.A. anche il manga trovò nuove forme espressive.  Fu così che Osamu Tezuka, ispirandosi a cartoni animati dell’epoca come Betty Boop e Mickey Mouse, codificò uno dei caratteri distintivi dei personaggi manga, quegli “occhioni” che ancor oggi sono istintivamente associati da tutti i lettori ai personaggi a fumetti nipponici. Il suo talento gli permise però di reinterpretare e rielaborare in chiave del tutto personale quei codici, creando un intero universo fantastico, perfettamente riconoscibile per il proprio stile originale, tale da valergli il titolo di manga no kami-sama (dio del manga). Dalla sua matita nacquero negli anni personaggi celeberrimi, come Astroboy, Kimba il leone bianco, la Principessa Zaffiro e tantissimi altri, il cui successo fu decretato da quella che fu forse la sua intuizione più geniale: Osamu Tezuka fu infatti  il primo, nel 1963, a realizzare  la trasformazione di un personaggio manga in cartone animato, dando origine con il film “Astroboy” al filone degli anime, che nei decenni successivi avrebbe permesso al mondo dell’animazione e del disegno a fumetti giapponese di essere conosciuto ed apprezzato nel resto del mondo.

Dagli anni ’60 in poi la via del doppio binario manga-anime decretò il successo di questa branca dell’industria editoriale giapponese, che vide la definitiva consacrazione con la diffusione nel mondo delle creazioni di Go Nagai alla fine degli anni ’70. I suoi mecha, i grandi robot guerrieri, come Mazinga Z, Jeeg e Goldrake, solo per citare i più noti, sono tuttora impressi nei ricordi di intere generazioni di spettatori occidentali, che da bambini impararono a conoscere ed amare quell’universo fatto di fantascienza e antiche tradizioni fuse tra loro, sul cui substrato sarebbe cresciuto sempre più nei decenni successivi l’interesse per i manga e per la cultura giapponese globalmente intesa.

A Go Nagai spetta però anche un altro primato, più discutibile e controverso, quello cioè di essere stato il creatore del primo manga erotico moderno o secondo alcuni addirittura l’inventore del genere hentai, termineche viene usato per indicare i fumetti “porno”. La scuola senza pudore (Harenchi Gakuen), pubblicato per la prima volta sulla rivista Weekly Shōnen Jump  nell’Agosto del 1968 fu infatti il primo grande successo dell’autore. Seppure privo di scene sessualmente esplicite, tale manga fu tuttavia all’origine di una violenta controversia tra Nagai stesso e l’Associazione Genitori e Insegnanti (Parents Teachers Association) a causa della violenza, delle immagini di nudo e del taglio decisamente “adulto” che questo fumetto proponeva ad un pubblico di adolescenti. La violenta ondata di critiche e proteste ebbe una tale intensità da convincere l’editore a bloccare la serie, nonostante il successo di vendite. Ma il vento di rinnovamento del ’68 aveva ormai investito in pieno ed in maniera incontrovertibile il Giappone, assegnando a Go Nagai il ruolo di “infame pioniere” (come ebbe ad essere definito all’epoca): da allora infatti moltissimi manga ed anime cominciarono a presentare scene più o meno arditamente erotiche, con una consuetudine tale da non suscitare più scandalo. In una recente intervista l’autore, oggi 73enne, ha ammesso di essere stato probabilmente troppo in anticipo sui tempi, ma la storia sembra avergli dato ragione se oggi, stimato professore insegnante di character design alla Osaka University of Arts, viene celebrato in patria per il 50° anniversario della sua attività. La piattaforma di streaming Netflix per la ricorrenza ha proposto in tutto il mondo la serie animata Devilman Crybaby, in cui il regista Masaaki Yuasa reinterpreta il mito dell’uomo-diavolo Devilman, altro grande successo scaturito dalla fantasia visionaria dell’ormai indiscusso maestro.

-segue nella seconda parte…

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