Cosa è davvero il Manga? – di Myriam Blasini

di Myriam Blasini

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I fumetti giapponesi, meglio noti come manga, rappresentano un aspetto della cultura contemporanea del Giappone largamente conosciuto e diffuso all’estero. Eppure in Italia la parola manga (composta dagli ideogrammi kanji man 漫, bizzarro, o anche libero, senza restrizioni, e ga 画, che vuol dire pittura, disegno) è tuttora circondata da un alone di sospetto e diffidenza, perché spesso associata all’idea di prodotto infantile, destinato ad un pubblico di bambini o di adulti poco cresciuti o, nel peggiore dei casi, addirittura stigmatizzato come pornografico e pericoloso per le menti dei lettori più giovani.

In realtà il mondo dei fumetti giapponesi è così vasto da comprendere un’enorme varietà di generi.

Una così ampia gamma di opere  passa inevitabilmente anche attraverso i due estremi dell’infantilismo e della pornografia, ma tra essi si colora di infinite sfumature. Il disegno è un mezzo di espressione così versatile da poter essere usato per esprimere ogni concetto ed ogni sentimento conosciuti, in maniera forse anche più incisiva e diretta rispetto ad altre forme di arte visiva.

E così, accanto alle serie d’azione o sentimentali, horror o noir, erotiche o comiche, trovano posto anche autori che propongono lavori ispirati a saghe epiche tratte dalla storia del Giappone feudale, opere grafiche che illustrano capolavori della letteratura nazionale o che invece riflettono su avvenimenti di strettissima attualità, come ad esempio “1F: diario di Fukushima” (di Kazuto Tatsuta, ed. Star Comics), scritto e disegnato da un operaio addetto ai lavori di messa in sicurezza della centrale nucleare Tepco di Fukushima, il quale – protetto dall’anonimato del nome d’arte – ha potuto così fornire una testimonianza diretta ed assolutamente inedita di fatti altrimenti inaccessibili ai mass media.

Non deve perciò sorprendere l’enorme diffusione che i manga hanno in Giappone; stando alla classifica Oricon, nel 2016 le prime dieci serie a fumetti più diffuse nel paese hanno venduto infatti oltre 60 milioni di copie. In Italia siamo ben lontani da questi numeri, ma il proliferare di negozi di fumetti e corsi di disegno specializzati in manga, accanto alla presenza di canali televisivi monotematici dedicati agli anime (cartoni animati giapponesi), sta certamente ad indicare un interesse crescente per questo genere anche nei lettori italiani.

E’ poi ancora vivo il dibattito su cosa debba considerarsi come elemento realmente caratterizzante del fumetto giapponese. Certamente l’aspetto grafico e la diversa impaginazione sono i primi elementi a colpire l’attenzione del lettore occidentale inesperto. I volumi presentano, infatti, la rilegatura a destra e vanno sfogliati ‘al contrario’, partendo da quella che per noi è solitamente l’ultima pagina. Le vignette all’interno mostrano una composizione grafica diversa rispetto al fumetto occidentale, che inizialmente può creare un senso di confusione nel lettore abituato ad un diverso percorso, ma che ha il preciso scopo di rendere con maggiore intensità l’atmosfera emotiva della storia più che il semplice concatenarsi delle scene e delle azioni.

Lo stile – inizialmente caratteristico – dei disegni, dominato da figure di aspetto infantile, con occhi enormi e  rotondeggianti, e da proporzioni tra testa e corpo più del bambino che dell’ adulto, si è molto evoluto nel tempo ed è ormai così differenziato e personale, variando enormemente da un autore all’altro, da non potersi più considerare come una sorta di cifra stilistica. Basti pensare allo stile assolutamente unico del grande mangaka Jiro Taniguchi, scomparso l’11 febbraio 2017, che con la propria arte ha fatto vivere in forma di fumetto opere letterarie come “Bocchan” di Natsume  Soseki (pubblicato in Italia da Neri Pozza col titolo ‘Il signorino’) ed ha creato originali graphic novel, in grado di rappresentare i complessi sentimenti dell’adolescenza e di riflettere sul passaggio tra infanzia ed età adulta con la profondità e la delicatezza di un poeta.

Neanche gli strumenti utilizzati bastano a delineare il perimetro del manga, se si pensa ad esempio a Vagabond, la monumentale opera di Takehiko Inoue, che racconta la vita del samurai Musashi Miyamoto attraverso tavole di grandissimo impatto visivo ed emotivo, realizzate non solo con pennini da disegno, ma anche con carboncini e pennelli da calligrafia, come in un antico kakekomo (dipinto eseguito su strisce di stoffa o carta appeso verticalmente).

E’ quanto mai arduo, quindi, dire cosa sia in realtà un manga, e se davvero esista un elemento che lo renda diverso da ogni altro tipo di fumetto nel mondo ed esclusivo della cultura giapponese.

Personalmente ritengo che la miglior definizione sia quella data da Eijiro Shimada, direttore della rivista Morning ed organizzatore del M.I.M.C. (Morning International Manga Competition):

“Il manga è qualcosa che descrive in modo vivido e profondo gli esseri umani.”

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Nota dell’Autore

Così profondo è stato su di me l’effetto scaturito da un manga, da farmi scoprire -o riscoprire- la bellezza dell’esplorazione del mondo interiore attraverso il disegno, e da spingermi a riprendere la matita dopo anni di inattività. Col tempo, al bianco del foglio e al nero della china, ho aggiunto i colori, che hanno dato un senso nuovo al mio tentativo di disegnare, nello sguardo che ritraggo, ciò che di più intimamente umano si rivela di noi alla vista altrui. Un senso nuovo alla mia ricerca, alla mia domanda: cosa si cela dietro quello sguardo. E l’espressione degli occhi orientali, su tutte le altre, sembra sempre sul punto di suggerirmi la risposta finale, senza mai però rivelarla in pieno.

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Galateo Giapponese: a tavola – di Myriam Blasini

Cosa fare e non fare in Giappone

Viaggiare in paesi sconosciuti è sicuramente una delle esperienze più emozionanti da vivere. Al tempo stesso, però, più ci allontaniamo dal nostro cortile, più facilmente possiamo andare incontro al cosiddetto shock culturale: quella sensazione di ansia e disorientamento che proviamo quando veniamo a contatto con abitudini, tradizioni e riferimenti culturali profondamente diversi dai nostri.
Il modo migliore per contrastare questa sensazione di smarrimento è sicuramente documentarci sui paesi che intendiamo visitare, per poter godere appieno l’esperienza del nostro viaggio.  Per un viaggiatore occidentale come noi il Giappone può apparire al primo sguardo come un pianeta sconosciuto e incomprensibile, ma basta immergerci senza preconcetti nello spirito della tradizione giapponese per comprenderne e gustarne profondamente il significato.
Chi viaggia per lavoro è certamente vincolato ad un galateo stringente, fitto di regole e sfumature, in cui un gesto o una parola sbagliati possono compromettere l’esito di una transazione d’affari. Il turista invece è più libero di sperimentare ed anche sbagliare, ma alcune regole di base sono certamente utili per evitare spiacevoli incomprensioni.

Galateo a tavola

Una delle situazioni più facilmente fonte di imbarazzo è il modo di stare a tavola, una vera e propria angoscia fantozziana per chi viene invitato a cena da conoscenti a Osaka o Kyoto. Ma svelare i segreti del galateo giapponese può anche essere una semplice curiosità per chi ama il sushi o i  ristoranti giapponesi di Milano, Roma o Londra.
Certamente tra amici i rapporti sono molto più informali e leggeri, ma se siete invitati a casa per la prima volta dai genitori della vostra amica Izumi, vi converrà osservare alcune semplici regole. Il principio generale è mantenere un comportamento discreto, educato e “impagliato”, per non urtare e imbarazzare con manifestazioni di eccessiva espansività persone abituate, per tradizione secolare, a non lasciar trapelare le proprie emozioni. Entrando in casa o in ristoranti tradizionali, è d’obbligo togliere le scarpe e indossare le apposite ciabatte, quindi occhio ai calzini! E a proposito di ciabatte, è indispensabile ricordare che le pantofole ‘igieniche’ poste nei bagni vanno indossate solo ed esclusivamente lì, per evitare di portare contaminazioni dalla toilette al resto della casa. Ciabattate in giro con quelle e non vedrete mai più Izumi in vita vostra!
Come in Italia, quando si è ospiti è buona regola portare un dono. Un souvenir italiano sarà sicuramente gradito, ma occorrerà incartarlo con cura in una carta raffinata, evitando fiocchi, nastri e colori sgargianti, perché l’incarto è parte integrante del regalo stesso e la cura nel suo confezionamento esprime l’attenzione nei confronti della persona a cui viene donato. Nel porgerlo, accompagnatelo con frasi che esprimono modestia : il nostro classico: “è giusto un pensierino…”, anche se il regalo è pregiato e costoso. Una tipica frase di circostanza è “Tsumaranai monodesu ga” (trad. questo è un regalo senza valore, ma accettalo per favore). Tutto ciò non è formalismo o ipocrisia, ma squisita delicatezza. Significa, infatti, che il valore del dono non conta: la nostra amicizia è per me la cosa più importante. La stessa delicatezza porterà l’ospite a ringraziare, ma ad aprire il regalo in un altro momento e non davanti a tutti. Se non avete avuto modo e tempo di portare un dono dall’Italia, ricordate che la frutta è un omaggio sempre molto gradito. Preparatevi, però, ad una spesa considerevole, perché la frutta usata in queste occasioni deve essere ‘speciale’: frutti perfetti nella forma e nel colore, in confezioni che ne proteggono ed esaltano il pregio e che spesso non vengono consumate, ma esposte come centrotavola per la loro bellezza. Vi costerà, ma farete un figurone!
Finalmente siamo riusciti a sederci a tavola. Probabilmente si tratterà di un tavolo occidentale con normali sedie, ma in caso sia un kotatsu, tipico tavolo basso giapponese, la buona notizia è che non siete costretti a stare per tutto il tempo inginocchiati nella posizione formale tradizionale, ma potete mettervi con le gambe raccolte di lato o incrociate.
Prima di iniziare il pasto si usa la formula “Itadakimasu!”, il nostro “buon appetito”, ma con una sfumatura molto più profonda, cioè “grazie per il pasto che ricevo”, anticamente rivolto agli dei, oggi più realisticamente a chi ha preparato del buon cibo per noi. Allo stesso modo alla fine si ringrazierà dicendo: “Gochisousama deshita”, è stato un banchetto.
Durante il pasto generalmente non si beve acqua, ma sakè, birra o tè. Non è educato servirsi da bere da soli, ma anzi è cortese ed opportuno controllare il bicchiere del vicino per riempirlo prima che resti vuoto. Il sakè è generalmente versato dal padrone di casa e prima di bere è tradizione fare un brindisi insieme esclamando: “kampai!” Evitate accuratamente di dire “cin cin” in queste occasioni, perché suonerebbe come “chinchin”, e non vorrete di certo parlare di membri maschili in presenza dei genitori di Izumi, giusto?
Ed ora una piccola mappa su come orientarsi con le bacchette. Gli hashi sono di certo poco maneggevoli per chi non ha confidenza con essi, e un po’ di ‘imbranataggine’ sarà certamente perdonata, ma…. ci sono dieci cose da non fare assolutamente mai:
1. Hotokibashi: mai lasciare gli hashi infilzati verticalmente nel cibo, come i bastoncini di incenso sulle tombe dei cimiteri, immagine certo non opportuna da evocare a tavola;
2. Hiroibashi: per lo stesso motivo non è proprio il caso passare il cibo da una persona all’altra da hashi a hashi, perché ricorderebbe un momento della cerimonia funebre buddista;
3. Watashibashi: non lasciare gli hashi appoggiati sul piatto, ma servirsi degli appositi hashioki (sostegni per bacchette; e a proposito, non è delizioso il mio preferito?)

hashioki

4. Sashibashi: non è assolutamente educato infilzare il cibo con gli hashi, anche se di fronte ai bocconi più scivolosi la tentazione è forte…
5. Furiaghe bashi: in generale evitate di gesticolare impugnando gli hashi, ad esempio spostandoli al di sopra delle varie ciotole mentre si sceglie cosa prendere, o peggio ancora, indicando qualcuno o qualcosa con le bacchette (ma in quale paese del mondo è considerato educato gesticolare a tavola brandendo le posate?) e tenete presente che in generale è considerato maleducato sollevare gli hashi oltre l’altezza della propria bocca;
6. Yoko bashi: non usare le bacchette unite per prendere il cibo come se fossero un cucchiaio;
7. Chigiri bashi: non usare le bacchette tenendole una in ciascuna mano, come fossero ferri da calza;
8. Nigiri bashi: non usare gli hashi stringendoli nel pugno, solo i bambini impugnano le bacchette in quel modo;
9. Saguri bashi: non ‘rovistate’ con le bacchette nel piatto o nelle ciotole per selezionare i cibi;
10. Namida bashi: non fate sgocciolare la salsa di soia dai cibi tenendoli sospesi con le bacchette.

Bene, siete finalmente pronti per accettare l’invito a pranzo di Izumi. Itadakimasu!